Fare coppia e mettere su famiglia costituisce una esperienza normale di incontro e negoziazione con l’altro da sè. Ogni coppia deve, infatti, costruire un «fare comune» a partire da abitudini, tradizioni differenti: che cosa si mangia e come lo si cucina, come si festeggiano i compleanni e le feste comandate, quali sono i rituali e le scadenze importanti, come si esprime l’affettività, quali sono gli standard di igiene e pulizia, i modelli di genere e i rapporti genitori figli – sono tutte cose che sono percepite e normate in modo più o meno sottilmente differente da ciascuna famiglia e costituiscono il bagaglio e la mappa di navigazione che ogni persona si porta appresso quando forma una coppia e su cui si trova a negoziare con il/la proprio partner.
Quando queste differenze, come avviene nelle coppie e famiglie miste, hanno una origine non solo, per così dire, familiare idiosincrasica, ma collettiva, le cose ovviamente diventano ancora più complicate. Non si tratta più di differenze inter-individuali e interfamiliari, ma tra gruppi sociali, popolazioni, mondi culturali. «Loro» e «noi», «i tuoi» e «i miei» diventano mondi complessivi di vita diversa, dando una forma particolare a conflitti e negoziazioni (sui modelli di genere, sui rapporti di parentela, ecc.) che in un matrimonio «non misto» assumerebbero un altro codice. D’altra parte, le culture familiari, i modi di fare famiglia, sono tra gli elementi più distintivi delle società, facendo parte delle caratteristiche di lunga durata: l’importanza dei parenti, i modelli di genere e i rapporti tra generazione distinguono più o meno nettamente società anche appartenenti alla stessa area geografica. Non solo l’Italia è diversa dal Marocco o dal Senegal. Lo è anche dalla Svezia o dalla Germania o dall’Olanda.
Queste differenze emergono più chiare in presenza di figli, e si ripresentano in ogni fase della loro crescita. Il «lavoro transculturale» di una famiglia mista per certi versi non finisce mai.