ORIENTE OCCIDENTE DANCE FESTIVAL

Avrebbe dovuto essere un anno speciale il 2020 per Oriente Occidente con i festeggiamenti per il nostro quarantesimo compleanno. Il Coronavirus ci ha costretti a riconsiderare i programmi. “Pellegrini del nostro tempo”, travolti da mille incertezze, abbiamo cercato insieme agli artisti un nuovo approdo nell’arte della danza, non privo di ripensamenti. A partire dall’impossibilità di chiudere il discorso, intrapreso negli ultimi tre anni, sulla nuova Via della Seta. Tre compagnie provenienti dalla Cina programmate pre-pandemia, come comprensibile, non ci hanno potuto raggiungere. Il secondo ripensamento, invece, riguarda noi, il come siamo cambiati in questo tempo di isolamento. Conserviamo ancora la stessa visione sul corpo? Di certo la paura del contagio, la mancanza di contatto fisico dettata dalle pratiche di protezione, l’incertezza diffusa sul futuro, il sentimento di fragilità che ci ha pervaso, hanno inevitabilmente cambiato le nostre vite e con esse la percezione del nostro corpo. Più consapevoli della nostra finitezza organica, sentiamo la voragine della caduta e l’urlo che ne deriva per la sopravvivenza. Esattamente ciò che Marcos Morau racconta nel suo nuovissimo Sonoma, per La Veronal, spettacolo-manifesto di questa 40a edizione: qui l’urlo dell’uomo costretto al ritmo dell’esistenza si fa primitivo. Dall’unione delle parole soma e sonum, Morau deriva il titolo per ricordare attraverso il ‘suono del corpo’ che siamo ancora vivi e, soprattutto, svegli.
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